Oggi più che mai, mai come i fascisti. Oggi più che mai, mai con i fascisti

I nostri padri, i partigiani che abbiamo conosciuto, i maestri che ci hanno fatto amare la costituzione, ricordandoci gli enormi costi da loro pagati per averla, ci hanno insegnato a non essere come i fascisti. Ci hanno sempre detto che la costituzione era lì per tutti. Che le garanzie di libertà in essa contenute fungevano da assicurazione a tutela anche di quella minuta schiera di fascisti rimasta nel paese.

Per questo i fascisti li abbiamo avuti sempre, pur tenendoli ai margini del sistema democratico. Li abbiamo sopportati. Abbiamo permesso loro di riorganizzare movimenti ispirati al regime di Mussolini. Li abbiamo finanche ascoltati, riconoscendo loro un ruolo di opposizione al sistema. Ma non abbiamo mai dato loro alcuna responsabilità. Neanche a quelli “de core”: ai molti attivisti e simpatizzanti del Movimento Sociale Italiano che in buona fede credevano alle balle contate per almeno trenta anni dai dirigenti di quel partito sull’immoralità della lotta di liberazione, sulle nefandezze dei partigiani, sui meriti del regime fascista.

Poi è arrivata una fase in cui qualcuno ha “sdoganato” i residui di quel partito e di quelle opinioni, pensando di farne la costola nazionalistica di una alleanza liberal-conservatrice. Operazione riuscita solo a livello di elite, se osserviamo la parabola politica del fondatore di Alleanza Nazionale. Tra la gente comune, invece, i fascisti sono rimasti tali. E anzi hanno rafforzato le loro posizioni impossessandosi di alcune scontate argomentazioni anti-globalizzazione per ribadire una altrettanto scontata critica alla democrazia liberale e parlamentare, dietro la quale poter agitare con ambiguità i vecchi capisaldi della loro presunta cultura politica: l’uomo forte, la razza, il bisogno di ordine.

Oggi questa sparuta minoranza dice di confermare il proprio collocamento all’opposizione del sistema. Ma la novità è data dal fatto che il sistema sembra perdere gli antidoti antifascisti. In parte è una deriva inevitabile: nelle generazioni di classe dirigente succedutesi nel tempo i legami, diretti o meno, con le organizzazioni politiche protagoniste della liberazione si sono persi. In parte tuttavia, questo fenomeno si deve ad una conduzione politica inadeguata della classe dirigente e forse di noi tutti. Non saper coltivare la memoria e non saper consolidare un lessico democratico comune è certamente una responsabilità che non possiamo scaricare su altri. Tocca allora a noi, comuni cittadini, ricordare le semplici ma fondamentali ragioni che hanno permesso ai nostri padri di costruire la democrazia, e mettere a fuoco le condizioni irrevocabile della democrazia. In primo luogo, ribadire che non dobbiamo mai essere come i fascisti.

Non mi pare che tale disequazione sia presente nel dibattito italiano. Anche in questi giorni costellati di disastri e tristezza prevale lo sguardo corto. L’accusa reciproca di incompetenza, o peggio di connivenza tra i leader, è il ritratto di un paese smemorato. La politica dei selfie non contempla d’altra parte alcuna assunzione di responsabilità. E tutto questo va a vantaggio di chi propone uno stato capace di “proteggere davvero” i cittadini. Scatta allora l’operazione di edulcorazione nostalgica della nostra storia. Ecco i post con la solidità dei ponti romani e con la bellezza dell’EUR. Ecco l’ammiccamento ad uno stato che funzionava bene, senza ricordare la violenza che lo caratterizzava, o le vittime di quel tipo di regimi. Ecco che le legittime critiche all’Europa e alla globalizzazione si riconnettono ad un mito autarchico che viene riproposto senza ricordare il prezzo politico e di modernizzazione pagato dagli italiani per il ventennio di democrazia perduto nel corso del XX secolo. Ecco infine leader politici sparare ad alzo zero su di un parlamentarismo oramai inutile e sul bisogno di potere monocratico forte, senza fornire uno scenario razionale di pesi e contrappesi con cui sostituire l’attuale assetto di governo, certo non efficiente come vorremo, ma sicuramente capace di rappresentare il pluralismo sociale.

In una tale situazione dovremmo continuare a far finta di niente quando i fascisti conclamati, quelli che non condividono i principi della nostra costituzione, riempiono le nostre strade? Io penso che dovremo sempre ricordarci la lezione: mai come i fascisti. Mai la violenza. Nel contempo, in un mondo che strizza loro l’occhio e che in nome di una presunta “conciliazione nazionale” li integra dentro una sorta di arco costituzionale allargato, dobbiamo avere anche la fermezza di mettere un punto, ricordando la seconda parte della lezione: mai con i fascisti.

La discussione nella mia città di origine è un buon esempio della delicatezza della partita. A Grosseto la destra, che governa, è fortemente intrisa di post-fascismo. Sono ex missini i più autorevoli esponenti di Forza Italia e della Lega. Il sindaco del capoluogo si professa “società civile” ma è legato ai neofascisti, li nomina assessori, e li ha tra i suoi sostenitori e finanziatori.

A Grosseto, venticinque anni fa si celebrò il primo tentativo di chiedere i voti missini a favore del candidato sindaco della destra costituzionale – alcuni mesi prima rispetto al noto “sdogamento” di Berlusconi nei confronti di Fini, allora candidato come sindaco di Roma. A Grosseto, più di recente, la giunta di destra ha pensato di intitolare una strada ad Alimirante, pensando di farla incrociare con “via Enrico Berlinguer” per fondare “Piazza della Conciliazione”.

Non è un caso che Grosseto sia, con Latina, la prima città capoluogo di provincia nella quale l’organizzazione di CasaPound ha deciso di celebrare la sua festa di partito.  Festa che si terrà dal 7 al 9 settembre, e che proporrà, dicono i post degli organizzatori, una serie di contributi politici, culturali e sportivi. Ma si tratta in realtà di una nuova miserabile provocazione.

Io ritengo che non dobbiamo fare come i fascisti. Non dobbiamo perdere la testa e non dobbiamo usare condotte violente. Però non dobbiamo essere mai con i fascisti. E allora dobbiamo parlare con la gente, con gli esercenti cittadini, con le persone di buon senso, spiegando loro che la festa di CasaPound a Grosseto non può essere gradita. Esortandoli a non fare affari con questa gente. A non lavorare affinchè la loro festa abbia successo. A non accettare alcuna richiesta da loro.

Questo perché non dobbiamo essere mai come loro,  e mai dovremo essere con loro.

Il treno che non presi mai

La mattina di quel 2 Agosto eravamo con mia madre a Porretta a fare le cure termali. Come ogni mattina, come ogni anno per almeno quindici giorni. Una sorta di assicurazione contro i mali invernali per una famiglia di broncospastici. Quello sarebbe stato per me l’ultimo ciclo di aerosol e getto diretto. L’ultima vacanza coi miei nella casa di famiglia sul lago di Suviana. Aspettavo con ansia la liberazione da quei legami, che allora percepivo così opprimenti. Mi aspettava la vita vera. Una moto. E un trattamento alternativo per i miei poveri bronchi. Ero paziente. Proprio perché la vita di pace, amore e musica che sognavo era ormai a portata di mano.

Ma quella mattina ero felice anche perchè mio padre mi aveva promesso che mi avrebbe portato a Bologna. Col treno.

Ci si andava a Bologna ogni tanto. Era un’avventura andare e tornare con quei vecchi locali da Porretta o da Ponte della Venturina. Arrivare in città e camminare vicino a lui. Che ascoltava pazientemente le mie richieste.

Avevo un libro su Michelangelo, comperato a Firenze, dove avevo già visto tutto quel che c’era da vedere. Il mio obiettivo era testimoniare il passaggio del genio a Bologna: le poche opere nell’arca di San Domenico. E la storia della sua grande statua fatta a pezzi dai Bolognesi per ordine del Bentivoglio. Vedere anche quelle tre statuette era un po’ come ultimare un album di figurine. Il mio aerosol aveva insomma un sapore diverso quel giorno. Ci aspettava un ciuff ciuff alle undici e spiccioli.

Giunti alla stazione di Porretta trovammo il treno pronto sul binario. Ci accomodammo. Ma dopo poco ci dissero che la linea era interrotta e ci fecero scendere. Chiesi a mio padre di informarsi. Dopo tutto, eravamo ancora in tempo ad andare in macchina e parcheggiare fuori le mura, con meno di un’ora di viaggio. Lui stava appunto parlando con qualcuno  delle ferrovie quando dal piccolo bar della stazione si levarono le prime urla. Qualcuno aveva acceso la radio, che parlava di un enorme incidente ferroviario alla stazione di Bologna. Poi accesero anche la tv, ma non riuscivo a sentire bene. Mia madre insisteva che era meglio tornare a casa. Capii che la  gita sarebbe stata cancellata.

Ma non avevo ancora capito niente. Vidi mio padre con la testa nelle mani. Gente intorno che imprecava, qualcuno piangeva e chiedeva notizie di questo e di quello. Sarei tornato dopo quattro o cinque giorni, da solo con mio padre, a Bologna. Non per vedere Michelangelo, ma per rendere omaggio alle vittime di quella follia.

In un senso, quel treno che non ho mai preso era la vita che aspettavo. La vita che prima del 2 Agosto mi era sembrata così lieta ed epicurea. Il nostro biglietto acquistato per stare fermi su un treno fu un piccolo prezzo per una libertà che non abbiamo ancora imparato ad apprezzare. Mentre molti, a Bologna e in tantissimi altri luoghi di questo paese, hanno pagato con la propria vita il prezzo della libertà dei loro carnefici.

Una pacificazione troppo facile

Apprendo che quest’oggi a Grosseto, la città dove sono cresciuto e dove ho appreso i rudimenti della nostra cultura democratica e antifascista, il Consiglio comunale ha deliberato l’intitolazione di una strada a Giorgio Almirante. Non ho intenzione di commentare o chiamare in causa chicchessia. A lungo e in tanti abbiamo discusso su questo tipo di azioni. E tra i tanti commenti, ho sempre cercato di mettermi tra quelli che consigliavano alle istituzioni, con garbo e con la sola forza dei principi costituzionali, di non usare la “politica della toponomastica” per vendere una pacificazione nazionale finta, che fa solo il gioco di mistificatori, qualunquisti e violenti.

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Per raggiungere l’utopia

L’iniziativa ISGREC sulla scuolina di Maiano Lavacchio, luogo dell’eccidio dei martiri di Istia, mi fa stare bene. Mi da forza pensare che siamo ancora in grado di ricordare. Di celebrare la libertà ed apprezzarne il suo prezzo. Di ridisegnare il nostro meraviglioso paesaggio con un monumento alla nostra religione civile. Di costruire una cultura repubblicana che serva non più a dividere ma a far crescere la fiducia nella cosa pubblica tra i nostri figli.

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National elites and EU economic governance: the art of cherry-picking solidarity

All the classic visions of European integration have been built on the idea of an «Elite project». And all the elite-centred visions of a closer European Union have been historically conceived assuming that economic integration would have had lots of positive effects on political integration. Such an optimistic view has started to stumble at the end of the last decade of the XX century, when the costs of  emerged in many countries and, on the other hand, the most wealthy Member States imposed severe guarantees to avoid the risks of a lack of stability. Later, the economic crisis has amplified some of the doubts already raised in a few analyses (for instance McKay 1999) concerning the sustainability of EMU in the absence of stronger political conditions.

http://www.euvisions.eu/national-governance-solidarity/