Cosa c’è dietro il folklore dell’odio social

Si sprecano le notizie sulla sistematica provocazione da parte di coloro che vogliono in tutti i modi ricordarci che il fascismo – la sua mentalità, i suoi miti – è ancora con noi. Il contesto è quello di un dibattito orientato alla provocazione. Questo vogliono coloro che dall’estrema destra plaudono agli sciagurati distinguo sul varo di una commissione parlamentare contro l’odio. Questo è il fine perseguito dai sobillatori delle organizzazioni semi-revisioniste e che ambiguamente giustificano il proprio status di semi-sovversivi: dentro le istituzioni democratiche di giorno, e contro di esse la sera.
Questo è anche il gioco di coloro che hanno permesso la messa in onda social di una cosa ignobile come la cena commemorativa della marcia su Roma a Castel del Piano.
Non faccio uso frequente del richiamo ai valori democratici e costituzionali attraverso la polemica nei confronti degli avversari politici. Non essendo in questa fase della vita iscritto a partiti o a associazioni antifasciste, non trovo questo come il mio compito precipuo. Inoltre sono troppo occupato con altro. In questa fase cerco di contribuire alla costruzione dei contrafforti per le istituzioni della cultura democratica. Come presidente di un istituto storico della resistenza mi sforzo di valutare e promuovere laicamente il lavoro scientifico dei nostri ricercatori nelle sedi opportune e nei momenti in cui il rumore della disputa politica non copre il suono più labile di una conoscenza che deve essere per tutti.
Nei momenti in cui la cifra del dibattito, e purtroppo il timbro che resta impresso sulla trama cognitiva che chiamiamo “pubblica opinione”, sono rappresentati soltanto da folkloristiche e rumorose manifestazioni di odio, dobbiamo però raccoglierci attorno a coloro che di quei valori e di quelle istituzioni hanno fatto una bandiera. È necessario sforzarci di riportare la trama cognitiva su un piano di rispetto per la nostra storia. È necessario vincere la ritrosia della non azione e mettere quando necessario i puntini sulle i. È necessario tornare a ribadire che chi vuol fare della storia una burla, e della memoria un optional, ha sempre un fine sovversivo.
Non credo che il fine degli scellerati che festeggiano la marcia su Roma sia la costruzione del fascismo del terzo millennio. Quanti saranno mai i folkloristi del mito del ventennio? Non credo arrivino ad un punto percentuale della popolazione Italiana, e nelle realtà – temo Grosseto sia una di queste – dove lo sgretolamento della trama cognitiva è oggi più a rischio, saranno al massino il 2%. Io ho paura di tutti coloro che approfittano di questi grotteschi campioni del folklorismo per buttare il paese nella nebbia dell’oblio. In quella ignorante distrazione collettiva che costituisce il primordio di una società iniqua e governata dalla corruzione.
Chi è stato alla cena di Castel del Piano non sa che la Marcia su Roma fu l’inizio di un incubo. Non sa che fu in realtà un’enorme inganno in cui gli italiani caddero e che purtroppo, e per lungo tempo, accettarono supini. Chi invece sta un po’ alla cena e un po’ nelle istituzioni, chi non prende le distanze tutti i giorni da questo folklore dell’odio social è invece uno scroccone della democrazia e un bieco approfittatore che costruisce sulla tensione e sul revisionismo le ragioni del proprio successo personale.
Non possiamo permetterci di tollerare oltremodo questo scempio. È necessario sapere se alla cena e alla organizzazione di un siffatto ignobile evento abbiano contribuito personaggi con incarichi pubblici, elettivi o esecutivi. Essi devono essere allontanati dalla gestione della cosa pubblica. Ai sensi del nostro ordinamento. Non possiamo permetterci che i campioni dell’odio social diventino i protagonisti della vita contemporanea. Si torni al giuramento sulla costituzione. E si torni a denunciare gli apologeti dell’odio e del fascismo.

Non fermare la Diplomazia Accademica

Un recente articolo sul Foglio riprende una storia nota, l’apertura di un programma di scambio nel quadro International Credit Mobility con le università palestinesi, focalizzando il caso specifico di un ateneo: l’università di Gaza. Una istituzione dalla storia certamente peculiare per i legami con Hamas e per la pressione che su di essa esercita l’ala fondamentalista della politica palestinese.
Il pezzo si chiude con una domanda “forte”: è legittimo che le nostre università stabiliscano legami e interscambi con istituzioni accademiche usate da una organizzazione che persegue la distruzione di Israele? Ovviamente potranno rispondere al quesito innanzitutto l’Unione Europea (che mette le risorse per la mobilità), il MIUR (che riconosce gli interlocutori universitari) e anche gli atenei, come il mio, che si attivano su questi progetti.
Rappresentando soltanto me stesso, provo invece a tradurre questa domanda – certamente lecita ma tesa ad una lettura politica di un fatto, come accade ogni volta che un giornale commenta una notizia – in una serie di proposizioni che ci possano guidare, per capire quali sono i compiti delle diverse istituzioni.
Per il lavoro che svolgo in questo momento, e per gli interessi di ricerca che ho nel settore delle relazioni internazionali, sono portato a parlare con tutti coloro che hanno interesse a gettare ponti anziché alzare muri. Abbiamo rapporti crescenti con le università di paesi assolutamente non democratici, pur consapevoli che i governi di quei paesi – si pensi alla Cina per fare un esempio molto discusso – hanno un comportamento assolutamente intrusivo nelle strategie e anche nella goverance dei nostri atenei partner.
Per motivi di opportunità possiamo certamente pensare di modulare il nostro impegno in certi scenari, se non altro per tutelare i nostri studenti. Tempo addietro ho provato a convincere lo studente che poi è divenuto il primo di questo programma di scambio a soggiornare all’Università di Gaza. Gli abbiamo spiegato che la copertura logistica che la nostra diplomazia e i nostri servizi possono offrire in quella scena è assai più limitata anche solo rispetto ad altre università palestinesi. Lui ci ha spiegato che per il suo progetto di studi poteva andare solo in quella università, università accettata come partner da UE e dal MIUR, e noi lo abbiamo assecondato, riservandoci naturalmente di intimare il rientro se fasi di emergenza come quella recentemente riproposta a seguito dei bombardamenti su Gaza avessero superato i limiti di sicurezza.
In ogni caso, la nostra valutazione politica sul governo di un paese le cui università scegliamo come partner non deve incidere sulla concreta presenza in quegli scenari. In quelle sedi andiamo (non solo gli studenti, anche noi stessi e i nostri staff) per capire le atmosfere, per provare a ragionare, per capire le dinamiche di “teaching and learning”. Nella fattispecie di Gaza, i colleghi che hanno usato lo schema ICM per una visita un paio di anni fa si sono mossi proprio per far passare l’idea di una visione di lungo periodo e di una interlocuzione equilibrata. Mi hanno riportato di un corpus di docenti e studenti curiosi e aperti al confronto. Non abbiamo fomentato l’odio. Anzi abbiamo portato bandiere di pace. E abbiamo detto loro di venire in pace a parlarci della propria esperienza. I docenti palestinesi, infatti, possono venire a Siena e in Europa, ma sanno che, a prescindere dalle loro idee, qui non si può teorizzare la distruzione di alcuno stato. E nei nostri atenei, anche in questo momento, ci dedichiamo con forza alle partnership anche con le università di alto livello dello stato di Israele, con le quali abbiamo legami crescenti.
Si chiama diplomazia accademica. Serve a imporre la cultura della pace e del confronto tra comunità universitarie. Ed essendo gli studenti di oggi parte di tali comunità è uno strumento per raggiungere i cittadini di domani. Rispetta l’advocacy del singolo ma rilancia con forza le norme basilari della convivenza tra pari. Come la regola del no-hate che impongo (sono molto felice di usare una tantum questo verbo) nella prima classe del mio corso nell’ambito del master in Public and Cultural Diplomacy dove insegno. O come le pratiche concrete di risoluzione dei conflitti che esploriamo insieme al nostro partner Rondine per la Pace, che ci aiuta in un master di primo livello dedicato proprio al conflict management.
Ognuno faccia il proprio lavoro. Noi, forti del fatto che la nostra democrazia e la nostra Unione Europea ci consentono di mettere in campo conoscenze ed esperienza in tanti scenari del mondo, senza imporci censure o lavaggi del cervello, facciamo il lavoro della diplomazia accademica. E forse il nostro lavoro ha una chance per aiutare i processi di pace. Per cui direi che è auspicabile che continuino a consentirci di farlo.

Dopo il 25 Aprile: riappropriarsi della costituzione materiale

Ha ragione Damilano ad osservare come la partecipazione civica di questi giorni, e l’elevato livello di «antifascismo percepito», sia stata bilanciata da un livello straordinariamente elevato di «anti-antifascismo». Guardando solo alla nostra Toscana, in poche settimane abbiamo dovuto annotare il miserabile tentativo di Forza Nuova di celebrare niente di meno che la nascita dei Fasci combattenti, un numero preoccupante di intimidazioni nei confronti dell’ANPI e di altre associazioni antifasciste, il comportamento ambiguo sul 25 Aprile di molte amministrazioni di destra, e per finire l’uscita apologetica sulla Repubblica Sociale del consigliere Forzoni a Siena.
Si tratta davvero di un «derby», come i populisti di ieri e di oggi hanno sempre indicato, al fine di far passare il messaggio di un conflitto superato e antistorico, da governare con ordine e modernità? Certo che no! Il livello massimo di antifascismo è giusto il segno del disagio che ogni cittadino – di qualsiasi fede politica – prova nel momento in cui vede calpestata, proprio da questi signori, la memoria e i fondamenti della cultura democratica. Qualche irriducibile fascista invece c’è sempre stato. E finchè esisterà tale minoranza è lecito pensare che debba essere tollerata perchè, come ripeto sempre, noi non possiamo e non dobbiamo annientarli essendo noi – diversamente da loro – garanti della libertà di tutti.
Prima ho detto che chi fa finta di non capire questa neanche troppo sottile differenza, spingendo il proprio popolo verso l’encefalogramma civile piatto, è un populista. Io non amo molto questa categoria, ma in questo caso la uso, perché chi rinuncia – anche in modo ambiguo – ad un valore fondativo per costruire o per reiterare il proprio potere esprime la tipica preferenza populista per un linguaggio manicheo. Paradossalmente, un populista era allora Andreotti, che accettava il consenso offertogli da Giuseppe Ciarrapico. Un faccendiere fascista poi arruolato da Silvio Berlusconi (il primo leader populista Italiano a sacrificare la memoria democratica per incamerare le simpatie della destra anticostituzionale) e tollerato persino dall’antifascista Bossi (e dal suo scudiero, allora comunista padano, Matteo Salvini) che nel 2006 se lo ritrova alleato in parlamento.
I populisti hanno dunque le responsabilità maggiori di questa situazione preoccupante. È verso questi attori che deve essere mossa la nostra critica, tutta politica. Antifascismo e ripudio del razzismo sono parte della nostra costituzione materiale e non sono negoziabili o modulabili. Dobbiamo dirlo con forza ai ministri dell’interno, ai parlamentari, agli eletti negli enti locali. E se necessario agli isolati esempi di funzionari pubblici, siano essi questori, prefetti, poliziotti, militari o impiegati di concetto, che mostrino di essere asserviti al protagonismo populista, contribuendo a questa folle operazione di cancellazione della memoria.
Lo dico sempre. Si può essere fermi e gentili. Non si tratta di sfanculare la gente su facebook. Si tratta di ricordare le regole che ci siamo dati. Di ribadire i principi democratici stipulati da quasi tutti i costituenti e di fatto accettati dalla minoranza dei qualunquisti, fascisti e monarchici. Le ricorrenze servono soprattutto a questo. Non è il caso di arrabbiarsi.
Oddio… con gli scellerati presunti antifascisti che scendono in piazza il 25 Aprile, violandone il comandamento dell’unità mi sentirei di alzare la voce. Hanno essi un’idea anche lontana di chi fossero Ernesto Rossi, Leo Valiani o Sandro Pertini? Essi godono nel segnare le differenze proprio in questo giorno, che ricorda il momento in cui tutte le anime democratiche scesero a valle assieme. Essi godono nell’esibire un miserevole giardinetto di simulacri antifascisti, sputando nel contempo su altre sigle, su altri partiti democratici, su altri leader. Io li assimilo agli evasori fiscali: cittadini che si riconoscono nelle regole comuni ma nella azione quotidiana le piegano a proprio piacimento. Anche questo è «anti-antifascismo», utile alla causa di chi pretende di governare il derby del conflitto antistorico in nome di una pretesa modernità.
Ma abbasso subito i toni. Dopo il 1 maggio torneremo, come è giusto, ad usare gli strumenti della conoscenza e i soft powers di cui disponiamo. A ognuno il proprio lavoro. Tuttavia, annoto sulla mia scrivania di dover rimanere un cittadino attivo. La nota recita «riappropriamoci della costituzione materiale». E magari anche di qualche legge esistente. Si può fare apologia del Fascismo? No! E allora si chieda con forza l’allontanamento dalle giunte, dai consigli comunali, dalle responsabilità istituzionali, di tutti coloro che si macchiano di questo reato. Non ho un bersaglio specifico. Non ho letto abbastanza. Lo ricordo genericamente, innanzitutto a me stesso, pensando di dover tenere la barra dritta su quello che non posso tollerare in quanto sostenitore della mia costituzione.
Me lo dico per la mia funzione di pubblico impiegato e per i piccoli ruoli istituzionali che rivesto. Spesso mi definisco autoironicamente come un «democristiano» per la pazienza e la moderazione che metto in tutte le mie attività. Paradossalmente, a volte penso, è forse il miglior modo per definirsi laico e disponibile al dialogo e per richiamare uno «stile» che oggi manca in politica.
Tuttavia, non sarò mai un democristiano come Andreotti. Non mi riferisco al fatto di baciare o meno i mafiosi. In ogni caso non credo di averne occasione. Ma perché non sarò mai sostenitore di uno che fa apologia di reato come Giuseppe Ciarrapico. Non appoggerò mai uno così, nemmeno se è simpatico o «de core». Anzi lo denuncerò ogni qualvolta che con la sua apologia passerà il solco della tollerabilità democratica.

Tre cose sulla vocazione della politica. Cento anni dopo

Sull’influenza che il saggio di Weber Politik als Beruf ha esercitato sul pensiero democratico del novecento sono stati scritti fiumi di inchiostro. La letteratura specialistica socio-politologica ha poi inquadrato questo testo come un riferimento essenziale per spiegare i modelli di formazione e consolidamento delle elites politiche e per legittimare la cristallizzazione di quei partiti di massa che, con varie modalità organizzative, sono stati protagonisti del percorso di democratizzazione per il resto del XX secolo.

In questi giorni stiamo riflettendo sull’attualità di Politik als Beruf, e più in generale del contributo di Weber, in un contesto che sembra aver preso una direzione diversa e assai più obliqua rispetto alla difficile ma comprensibile evoluzione della politica democratica del XX secolo.  Giornali e riviste se ne stanno occupando, soprattutto all’estero, ma anche il nostro MicroMega ospita un interessante dibattito nel n. 1/2019. Per oggi, decine di seminari sono programmati, in Germania, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti soprattutto, per tornare a parlare di Politik als Beruf.

È bene, allora, mettersi a leggere e navigare. Di laudi weberiane ne sono state scritte già tante. Tre brevi cose tuttavia le voglio direi, come modesto contributo per questa giornata di riflessione.

La prima cosa che vorrei ricordare attiene al contesto storico in cui si colloca questo saggio. Scritto durante una fase di fermenti, in una terra depressa dalla guerra e dal fallimento del II Reich, che sarebbe passata in pochi anni dal fecondo confronto di idee al buio del più pauroso dei totalitarismi. Monaco, dove Weber tiene il suo discorso il 28 Gennaio 1919, è capitale di una sorta di stato sperimentale socialista. Ma le anime del movimento operaio sono divise: due settimane prima, il 15 gennaio, i capi degli spartachisti vengono assassinati a Berlino, mentre poche settimane dopo sarà il turno del presidente del governo rivoluzionario bavarese, il socialdemocratico Eisner.  Nel periodo in cui Weber pronuncia il discorso, a Monaco si passa da un annuncio rivoluzionario all’altro, e tutte le possibili configurazioni del sogno socialista vengono proclamate. Dalla socialdemocrazia parlamentare alla coalizione organica della sinistra, dall’anarchismo alla dittatura del proletariato. Fintantochè, nell’agosto dello stesso 1919, la costituzione di Bamberga consegnerà lo stato bavarese alla repubblica di Weimar, sotto il controllo politico della destra.

Il secondo elemento da considerare è la sua origine. Il discorso viene commissionato a Weber dalla unione libera degli studenti, caratterizzata da pluralismo interno e non succube di quella faziosità di classe che Weber imputa a tutto il socialismo. Compresa la parte socialdemocratica a cui egli attribuisce ancora più responsabilità rispetto a quelle dei “bolscevichi”. Il suo giudizio su Eisner, per esempio, è pessimo, e Weber, secondo le ricostruzioni, pronuncia il suo discorso proprio in una chiave politica di ostilità al personaggio in quel momento al potere nella capitale bavarese. L’unione degli studenti liberi è stata forse l’esempio più cristallino di tentativo di autocoscienza nella storia delle università europee. In quegli anni, ovviamente, l’Unione era divisa e lacerata politicamente, data la distanza tra le fazioni. Ma in diverse città tedesche questa stessa organizzazione costituì un elemento formidabile di fecondità e dibattito. I leader degli studenti, Alexander Schwab, futuro leader massimalista e fondatore del partito comunista operaio (KAPD) aveva scritto nel 1917 professione e gioventù, ispirando la reazione di Weber contenuta nelle sue due celebri lezioni.

Il terzo elemento che voglio ricordare è la connessione tra questo discorso di Weber e il suo precedente la scienza come professione. Un saggio meraviglioso che ancora consideriamo come fondamenta della nostra idea di scienza: una scienza orientata teoricamente ma non settaria. Cumulativa. Ispirata da canoni specifici ed eticamente codificata.

Ecco. La mia rilettura di Weber oggi riparte da questi tre punti. Il tema del conflitto politico, quello vero, come riferimento essenziale. Weber è un liberal-conservatore d’altri tempi, ma non si sottrae ad un’analisi che parte dal conflitto vero. Non vede la politica come semplificazione. Non vuole ridurre l’ideologia a mentalità, ma la vuole comprendere e domare, all’interno di una politica di servizio fatta da attori (anche) formati dall’ideologia. Non vuole far passare l’idea che la politica non sia rilevante e sia una cosa brutta per brutte persone. Al contrario la dispiega nella sua bellezza.

Il secondo punto riguarda le comunità epistemiche e il ruolo degli studenti. Qui non ho da aggiungere molto, se non sottolineare che mi pare semplicemente straordinario il fatto che la lettura più importante della mia vita di studioso e osservatore sia il frutto di una domanda fatta dagli studenti ad un libero pensatore, scomodo per molti di essi ma rispettato.

Il terzo punto riguarda la vocazione del politico come un meccanismo di quel sistema di professionalità intellettuale che secondo Weber deve governare una società complessa e aperta. Ho sempre pensato che la più grande intuizione di Weber sia stata quella di cogliere i nessi a livello di logica cognitiva e individuale: quando parla di Sachlichkeit, io mi immagino, si riferisce alla dedizione totale e appassionata che solo un soggetto solitariamente “innamorato” e pieno di dubbi può avere verso altre persone. Un politico, come uno studioso, dice Weber deve saper sondare la società e prendere parte ad una giusta causa con responsabilità, ma mantenendo quella passione e quella emozione che lo accomunano ad un artista. Creatività e capacità di astrazione diventano allora gli ingredienti di quella capacità di distanziarsi non “dagli altri” ma “da se stesso”. Perché il problema maggiore per un politico è cadere nella vanità degli uomini.

Ora, mi chiedo, non è che dopo il lungo giro del XX secolo siamo andati in tutt’altra direzione? E tante delle cose che oggi definiamo “populismo” non saranno reazioni (conservatrici) alla vocazione politica weberiana? Certo, il buon Weber non aveva immaginato tutto e la sua tesi sul professionismo politico ha mostrato evidenti contraddizioni, come le vicende della classe politica e il declino dei partiti in questi ultimi decenni hanno ben evidenziato. Ma la semplificazione e il potere taumaturgico del leader che dominano nella presente crisi delle democrazie a me sembrano esattamente il frutto della peggiore vanità umana impossessatasi di nuovo della politica. Ripartire dunque dalle qualità del politico – passione, senso di responsabilità e lungimiranza – non è dunque solo possibile. È necessario.

Il buon governo nostro lavoro quotidiano

Apertura dell’anno accademico n. 778 dell’Università di Siena. Il mio ateneo. Torno una volta ancora nel corteo e nella tribuna dei togati. Col «tocco» in testa, entro nell’aula magna col solito mix di sentimenti: immenso orgoglio per quella comunità che è diventata la mia famiglia e la mia stessa vita, e il pensiero di dover stare tre ore impalato e così combinato, di sabato mattina. Ho sempre l’ossessione del tempo che mi manca, e tre ore di sabato sono preziose: si può leggere, fumare, chattare, ascoltare dischi. Oppure approfittare degli sconti del black Friday anche se è già Saturday.

Chi mi conosce d’altronde già lo sa. Detesto le cerimonie. Ho partecipato al mio matrimonio, e immagino dovrò andare al mio funerale. Ma in genere mi butto malato.

Stamattina però è andata via che era una bellezza. Ho sentito cose bellissime e imparato molto. Il Rettore ha fatto un discorso concreto, che tracimava della sua proverbiale passione ed evidenziava una idea chiara circa la rotta che dobbiamo tenere. È una rotta ambiziosa, perché punta ad obiettivi veri, non certo al tirare a campare. Tra questi obiettivi, l’internazionalizzazione, vista come cifra caratterizzante dell’ateneo e come pilastro su cui poggiare i nostri obiettivi strategici.

Sono contento di essere il delegato all’internalizzazione di questo ateneo e voglio memorizzare le parole del rettore sul rapporto tra internazionalizzazione dell’ateneo e destino della intera comunità di riferimento: “… non ci stancheremo mai di puntare sull’internazionalizzazione dell’Ateneo, convinti che questa sia la strada giusta da seguire per il bene dei nostri studenti e sicuri così di perpetuare la grande tradizione di attrattività  della nostra città. Che sarà, sì, una città di provincia, ma con un respiro internazionale quasi impareggiabile per le sue dimensioni”.

Alle parole del rettore hanno fatto eco i discorsi dei rappresentanti degli studenti e del personale. Ho sentito richiami precisi al bisogno di bilanciare competizione e collaborazione, ricondurre l’attenzione pubblica sulla scienza, sulla diffusione della cultura, sulla correttezza dell’informazione e sul bisogno di interazione, attraverso pratiche di «terza missione», tra competenze accademiche e società. Mi ha colpito che lo studente abbia voluto mettere al centro della sua riflessione l’invito a stigmatizzare la presenza di candidati dichiaratamente fascisti e negazionisti alle prossime elezioni studentesche. Egli, anzi, ha chiesto espressamente l’esclusione di dette candidature e ha presentato il materiale che prova la natura eversiva di talune organizzazioni. Potremo discutere sull’opportunità di usare una occasione del genere per impostare un discorso così diretto ed usare un materiale così crudo. Tuttavia, annoto che quando sono gli studenti a ricordarmi che abbiamo ancora una costituzione e un perimetro di legalità su cui contare, mi sento davvero meglio. Io mi sono sempre definito un libertario e lascio ad altri l’anticipazione delle sentenze. Ma penso che per non mandare a monte la configurazione democratica delle nostre istituzioni, è importante ribadire che l’apologia del fascismo, la xenofobia e l’odio, già chiaramente banditi dalla nostra costituzione, debbano stare fuori da ogni organo rappresentativo.

Ho poi imparato tantissimo dalla lezione di Gabriella Piccinni.  Non ne dubitavo. È sempre un piacere ascoltarla. Il lavoro che gli storici senesi hanno fatto su Ambrogio Lorenzetti è straordinario e merita ben altro che tre ore di Tocco in testa: è ancora fresco il ricordo della mostra, e ora la lezione di Gabriella mi regala anche il quadro storico e culturale attorno all’opera più nota del pittore. Siamo fortunati ad avere in casa questi tesori dell’arte, ma senza gli studiosi capaci di accompagnarci nella riscoperta e nella attualizzazione dell’arte e della storia non saremo certo in grado di condividere tale bellezza.

Ancor più avvincente è stato cogliere il punto di approdo della lezione di Gabriella: il «buon governo» come incessante pratica collettiva, che dunque diventa la «politica sostenibile» che inseguiamo oggi: il punto di equilibrio tra virtù civica, repubblicanesimo, ottimismo verso il genere umano ed apertura alla cultura che evolve. E naturalmente, il contributo fondamentale che solo l’arte è capace di dare alla cosa pubblica. Oggi ci è stato spiegato che laddove il (bene) comune è virtuoso, gli artisti, i politici e finanche gli accademici possono riuscire a limitare le inclinazioni narcisiste, per concentrarsi su qualcosa di infinitamente più prezioso da lasciare ai posteri.

Questo “qualcosa” è appunto la capacità di partecipare al buon governo. Quotidianamente. Ovvero utilizzare il proprio talento e la propria energia, ognuno a seconda delle proprie possibilità, per offrire qualcosa di collaborativo e complementare rispetto al lavoro altrui. Voglio leggere in questa prospettiva anche la «chicca» finale della lezione di oggi: l’attribuzione di un grafito posto ai piedi del buon governo, di un altro artista simbolo di Siena come Jacopo della Quercia

Se terrò a mente quello che l’ateneo mi ha trasmesso stamattina potrò continuare a lavorare per rendere tale comunità sempre più aperta al mondo, usando il mio modesto talento con senso di collaborazione e fiducia negli altrui talenti. Mi sentirò un piccolo Ambrogio, e un piccolo Mandela. Perché è lo stesso buon governo che possiamo costruire quotidianamente col lavoro.

Oggi è stata una grande giornata per me e per tutta Siena. Mi dispiace davvero per coloro che non hanno potuto partecipare e fruire di questi straordinari insegnamenti.