Il treno che non presi mai

La mattina di quel 2 Agosto eravamo con mia madre a Porretta a fare le cure termali. Come ogni mattina, come ogni anno per almeno quindici giorni. Una sorta di assicurazione contro i mali invernali per una famiglia di broncospastici. Quello sarebbe stato per me l’ultimo ciclo di aerosol e getto diretto. L’ultima vacanza coi miei nella casa di famiglia sul lago di Suviana. Aspettavo con ansia la liberazione da quei legami, che allora percepivo così opprimenti. Mi aspettava la vita vera. Una moto. E un trattamento alternativo per i miei poveri bronchi. Ero paziente. Proprio perché la vita di pace, amore e musica che sognavo era ormai a portata di mano.

Ma quella mattina ero felice anche perchè mio padre mi aveva promesso che mi avrebbe portato a Bologna. Col treno.

Ci si andava a Bologna ogni tanto. Era un’avventura andare e tornare con quei vecchi locali da Porretta o da Ponte della Venturina. Arrivare in città e camminare vicino a lui. Che ascoltava pazientemente le mie richieste.

Avevo un libro su Michelangelo, comperato a Firenze, dove avevo già visto tutto quel che c’era da vedere. Il mio obiettivo era testimoniare il passaggio del genio a Bologna: le poche opere nell’arca di San Domenico. E la storia della sua grande statua fatta a pezzi dai Bolognesi per ordine del Bentivoglio. Vedere anche quelle tre statuette era un po’ come ultimare un album di figurine. Il mio aerosol aveva insomma un sapore diverso quel giorno. Ci aspettava un ciuff ciuff alle undici e spiccioli.

Giunti alla stazione di Porretta trovammo il treno pronto sul binario. Ci accomodammo. Ma dopo poco ci dissero che la linea era interrotta e ci fecero scendere. Chiesi a mio padre di informarsi. Dopo tutto, eravamo ancora in tempo ad andare in macchina e parcheggiare fuori le mura, con meno di un’ora di viaggio. Lui stava appunto parlando con qualcuno  delle ferrovie quando dal piccolo bar della stazione si levarono le prime urla. Qualcuno aveva acceso la radio, che parlava di un enorme incidente ferroviario alla stazione di Bologna. Poi accesero anche la tv, ma non riuscivo a sentire bene. Mia madre insisteva che era meglio tornare a casa. Capii che la  gita sarebbe stata cancellata.

Ma non avevo ancora capito niente. Vidi mio padre con la testa nelle mani. Gente intorno che imprecava, qualcuno piangeva e chiedeva notizie di questo e di quello. Sarei tornato dopo quattro o cinque giorni, da solo con mio padre, a Bologna. Non per vedere Michelangelo, ma per rendere omaggio alle vittime di quella follia.

In un senso, quel treno che non ho mai preso era la vita che aspettavo. La vita che prima del 2 Agosto mi era sembrata così lieta ed epicurea. Il nostro biglietto acquistato per stare fermi su un treno fu un piccolo prezzo per una libertà che non abbiamo ancora imparato ad apprezzare. Mentre molti, a Bologna e in tantissimi altri luoghi di questo paese, hanno pagato con la propria vita il prezzo della libertà dei loro carnefici.

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