Semplificazioni sovraniste e reinvenzione del nemico

C’è un video sul 4 Novembre che circola in rete in questi giorni. È un promo del partito dei Fratelli d’Italia che si conclude con un appassionato “oggi come ieri non passa lo straniero”. Come tutti gli spot, tende a enfatizzare argomentazioni di parte. In questo caso le argomentazioni chiave sono: con la grande guerra l’Italia si è unita (Trento e Trieste); ha vinto finalmente qualcosa (ovviamente non si parla di Caporetto ma ci si concentra sul Piave e sugli episodi che scongiurarono il tracollo, prima della resa dell’Impero); è diventata una “nazione sovrana”. Oggi, secondo la Meloni, abbiamo ancora bisogno di vincere, contro un nemico europeo fatto di burocrati e speculatori (le foto che scorrono sono di Merkel e di Macron) che portano lutti, tragedia e miseria. Come cento anni fa, ci sarebbe bisogno di combattere. Le parole d’ordine della sovranità, scandite con forza, sono “un grido, una promessa, un impegno: lottare contro i nemici dell’Italia”.

Lo stile retorico è quello marziale della destra estrema e sovversiva, mai totalmente rinnegata dalla componente che si è ritrovata in questo partito di opposizione, pur dopo aver accettato a lungo le comode poltrone garantite loro dall’ascesa di Fini e soprattutto dalle profferte dell’altra personalità che non finiremo mai di ringraziare per aver dato voce a questa gente: Silvio Berlusconi. Non dobbiamo inoltre dimenticare che questo piccolo ma coriaceo partito ha “a sua insaputa” permesso l’accesso in diverse istituzioni rappresentative – un caso purtroppo è l’attuale consiglio comunale di Grosseto – di vari agitatori neofascisti, organici alla ambigua e miserabile associazione “Casa Pound”.

Ciò detto, ripeto, la politica è anche strumentalizzazione e non c’è dunque di che stupirsi nel vedere un piccolo partito tornato nel suo alveo anti-sistema che strumentalizza certi argomenti, usando i tipici toni dell’estremismo. Quello che mi sorprende è invece la facilità con la quale ex ministri, attori che hanno ancora responsabilità istituzionali e che ancora aspirano al governo democratico, facendo parte di una coalizione “a vocazione maggioritaria”, possano mettere in giro una quantità così grande di approssimazioni, se non di pure fandonie, senza temere un effetto negativo nel giudizio del pubblico informato. Come si può credere alle parole della Meloni – la quale stringe il tricolore in mano nel video ma si guarda bene dal rammentarci dove portò la mentalità ultranazionalista sviluppatasi proprio grazie alla “vittoria mutilata”, alla fine della grande guerra? E come si può credere alla coerenza degli altri attori interessati oggi soltanto a imputare le colpe della storia alla Germania, ma che fanno finta di non ricordare i mille episodi che ci hanno visto sottoscrivere, se non dettare noi stessi, gli stessi impegni che oggi ci presentano come puri diktat?

Il sovranismo dei nostri giorni è questo: usare la storia un tanto al chilo. Sollevare polvere per coprire responsabilità collettive e individuare nuovi  “nemici”. Semplificare il senso di identità su un’idea nazionale che non è più sostenibile. Trasformare in discorso manicheo ogni tentativo di comprendere i fenomeni complessi. Rifiutare in nome della semplicità della narrazione evidenze oggettive, come per esempio l’inutilità di forme di educazione repressiva nei confronti degli “altri”, o della libera circolazione di armi come strategia di ordine pubblico.

Per replicare all’elogio sovranista della semplificazione necessitiamo di analisi serie e di ponderatezza. Non credo sia infatti una buona cosa mettersi sul loro terreno, magari andando a fare chiasso in televisione con argomentazioni inutilmente assertive e maleducate. Non credo sia appagante inseguire alternative “democratiche” al populismo di destra, facendo la gara a chi la spara più grossa sulle colpe della Germania o sui complotti globali o re-inventando narrazioni anacronistiche, e comunque assai difficili da far comprendere – come per esempio quella di “patriottismo di sinistra”.

Per questo penso che dobbiamo rispettare chi ci chiede di riflettere sul 4 Novembre e sulla storia. Rispondere loro educatamente (ma senza accettare di confrontarsi nel tempio della democrazia con i loro amici che professano la dittatura). Replicare gentilmente ma fermamente che non siamo in guerra e non abbiamo nemici, pur avendo le nostre legittime e diverse aspettative rispetto a qualsiasi governo dei nostri alleati nell’UE (personalmente, continuo ad essere più preoccupato dei governi di Visegrad che di Merkel e Macron, ma questo è opinabile). E infine, celebrare la serata del 4 Novembre guardando con ironia alla complessità delle vicende storiche, che sono tante e disordinate, ma che ci aiutano a capire assieme alle tante contraddizioni anche la nostra nobiltà d’animo. La scena finale della Grande Guerra di Monicelli, in fondo, ce lo aveva spiegato bene tanto tempo fa.

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