Il buon governo nostro lavoro quotidiano

Apertura dell’anno accademico n. 778 dell’Università di Siena. Il mio ateneo. Torno una volta ancora nel corteo e nella tribuna dei togati. Col «tocco» in testa, entro nell’aula magna col solito mix di sentimenti: immenso orgoglio per quella comunità che è diventata la mia famiglia e la mia stessa vita, e il pensiero di dover stare tre ore impalato e così combinato, di sabato mattina. Ho sempre l’ossessione del tempo che mi manca, e tre ore di sabato sono preziose: si può leggere, fumare, chattare, ascoltare dischi. Oppure approfittare degli sconti del black Friday anche se è già Saturday.

Chi mi conosce d’altronde già lo sa. Detesto le cerimonie. Ho partecipato al mio matrimonio, e immagino dovrò andare al mio funerale. Ma in genere mi butto malato.

Stamattina però è andata via che era una bellezza. Ho sentito cose bellissime e imparato molto. Il Rettore ha fatto un discorso concreto, che tracimava della sua proverbiale passione ed evidenziava una idea chiara circa la rotta che dobbiamo tenere. È una rotta ambiziosa, perché punta ad obiettivi veri, non certo al tirare a campare. Tra questi obiettivi, l’internazionalizzazione, vista come cifra caratterizzante dell’ateneo e come pilastro su cui poggiare i nostri obiettivi strategici.

Sono contento di essere il delegato all’internalizzazione di questo ateneo e voglio memorizzare le parole del rettore sul rapporto tra internazionalizzazione dell’ateneo e destino della intera comunità di riferimento: “… non ci stancheremo mai di puntare sull’internazionalizzazione dell’Ateneo, convinti che questa sia la strada giusta da seguire per il bene dei nostri studenti e sicuri così di perpetuare la grande tradizione di attrattività  della nostra città. Che sarà, sì, una città di provincia, ma con un respiro internazionale quasi impareggiabile per le sue dimensioni”.

Alle parole del rettore hanno fatto eco i discorsi dei rappresentanti degli studenti e del personale. Ho sentito richiami precisi al bisogno di bilanciare competizione e collaborazione, ricondurre l’attenzione pubblica sulla scienza, sulla diffusione della cultura, sulla correttezza dell’informazione e sul bisogno di interazione, attraverso pratiche di «terza missione», tra competenze accademiche e società. Mi ha colpito che lo studente abbia voluto mettere al centro della sua riflessione l’invito a stigmatizzare la presenza di candidati dichiaratamente fascisti e negazionisti alle prossime elezioni studentesche. Egli, anzi, ha chiesto espressamente l’esclusione di dette candidature e ha presentato il materiale che prova la natura eversiva di talune organizzazioni. Potremo discutere sull’opportunità di usare una occasione del genere per impostare un discorso così diretto ed usare un materiale così crudo. Tuttavia, annoto che quando sono gli studenti a ricordarmi che abbiamo ancora una costituzione e un perimetro di legalità su cui contare, mi sento davvero meglio. Io mi sono sempre definito un libertario e lascio ad altri l’anticipazione delle sentenze. Ma penso che per non mandare a monte la configurazione democratica delle nostre istituzioni, è importante ribadire che l’apologia del fascismo, la xenofobia e l’odio, già chiaramente banditi dalla nostra costituzione, debbano stare fuori da ogni organo rappresentativo.

Ho poi imparato tantissimo dalla lezione di Gabriella Piccinni.  Non ne dubitavo. È sempre un piacere ascoltarla. Il lavoro che gli storici senesi hanno fatto su Ambrogio Lorenzetti è straordinario e merita ben altro che tre ore di Tocco in testa: è ancora fresco il ricordo della mostra, e ora la lezione di Gabriella mi regala anche il quadro storico e culturale attorno all’opera più nota del pittore. Siamo fortunati ad avere in casa questi tesori dell’arte, ma senza gli studiosi capaci di accompagnarci nella riscoperta e nella attualizzazione dell’arte e della storia non saremo certo in grado di condividere tale bellezza.

Ancor più avvincente è stato cogliere il punto di approdo della lezione di Gabriella: il «buon governo» come incessante pratica collettiva, che dunque diventa la «politica sostenibile» che inseguiamo oggi: il punto di equilibrio tra virtù civica, repubblicanesimo, ottimismo verso il genere umano ed apertura alla cultura che evolve. E naturalmente, il contributo fondamentale che solo l’arte è capace di dare alla cosa pubblica. Oggi ci è stato spiegato che laddove il (bene) comune è virtuoso, gli artisti, i politici e finanche gli accademici possono riuscire a limitare le inclinazioni narcisiste, per concentrarsi su qualcosa di infinitamente più prezioso da lasciare ai posteri.

Questo “qualcosa” è appunto la capacità di partecipare al buon governo. Quotidianamente. Ovvero utilizzare il proprio talento e la propria energia, ognuno a seconda delle proprie possibilità, per offrire qualcosa di collaborativo e complementare rispetto al lavoro altrui. Voglio leggere in questa prospettiva anche la «chicca» finale della lezione di oggi: l’attribuzione di un grafito posto ai piedi del buon governo, di un altro artista simbolo di Siena come Jacopo della Quercia

Se terrò a mente quello che l’ateneo mi ha trasmesso stamattina potrò continuare a lavorare per rendere tale comunità sempre più aperta al mondo, usando il mio modesto talento con senso di collaborazione e fiducia negli altrui talenti. Mi sentirò un piccolo Ambrogio, e un piccolo Mandela. Perché è lo stesso buon governo che possiamo costruire quotidianamente col lavoro.

Oggi è stata una grande giornata per me e per tutta Siena. Mi dispiace davvero per coloro che non hanno potuto partecipare e fruire di questi straordinari insegnamenti.

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