Tre cose sulla vocazione della politica. Cento anni dopo

Sull’influenza che il saggio di Weber Politik als Beruf ha esercitato sul pensiero democratico del novecento sono stati scritti fiumi di inchiostro. La letteratura specialistica socio-politologica ha poi inquadrato questo testo come un riferimento essenziale per spiegare i modelli di formazione e consolidamento delle elites politiche e per legittimare la cristallizzazione di quei partiti di massa che, con varie modalità organizzative, sono stati protagonisti del percorso di democratizzazione per il resto del XX secolo.

In questi giorni stiamo riflettendo sull’attualità di Politik als Beruf, e più in generale del contributo di Weber, in un contesto che sembra aver preso una direzione diversa e assai più obliqua rispetto alla difficile ma comprensibile evoluzione della politica democratica del XX secolo.  Giornali e riviste se ne stanno occupando, soprattutto all’estero, ma anche il nostro MicroMega ospita un interessante dibattito nel n. 1/2019. Per oggi, decine di seminari sono programmati, in Germania, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti soprattutto, per tornare a parlare di Politik als Beruf.

È bene, allora, mettersi a leggere e navigare. Di laudi weberiane ne sono state scritte già tante. Tre brevi cose tuttavia le voglio direi, come modesto contributo per questa giornata di riflessione.

La prima cosa che vorrei ricordare attiene al contesto storico in cui si colloca questo saggio. Scritto durante una fase di fermenti, in una terra depressa dalla guerra e dal fallimento del II Reich, che sarebbe passata in pochi anni dal fecondo confronto di idee al buio del più pauroso dei totalitarismi. Monaco, dove Weber tiene il suo discorso il 28 Gennaio 1919, è capitale di una sorta di stato sperimentale socialista. Ma le anime del movimento operaio sono divise: due settimane prima, il 15 gennaio, i capi degli spartachisti vengono assassinati a Berlino, mentre poche settimane dopo sarà il turno del presidente del governo rivoluzionario bavarese, il socialdemocratico Eisner.  Nel periodo in cui Weber pronuncia il discorso, a Monaco si passa da un annuncio rivoluzionario all’altro, e tutte le possibili configurazioni del sogno socialista vengono proclamate. Dalla socialdemocrazia parlamentare alla coalizione organica della sinistra, dall’anarchismo alla dittatura del proletariato. Fintantochè, nell’agosto dello stesso 1919, la costituzione di Bamberga consegnerà lo stato bavarese alla repubblica di Weimar, sotto il controllo politico della destra.

Il secondo elemento da considerare è la sua origine. Il discorso viene commissionato a Weber dalla unione libera degli studenti, caratterizzata da pluralismo interno e non succube di quella faziosità di classe che Weber imputa a tutto il socialismo. Compresa la parte socialdemocratica a cui egli attribuisce ancora più responsabilità rispetto a quelle dei “bolscevichi”. Il suo giudizio su Eisner, per esempio, è pessimo, e Weber, secondo le ricostruzioni, pronuncia il suo discorso proprio in una chiave politica di ostilità al personaggio in quel momento al potere nella capitale bavarese. L’unione degli studenti liberi è stata forse l’esempio più cristallino di tentativo di autocoscienza nella storia delle università europee. In quegli anni, ovviamente, l’Unione era divisa e lacerata politicamente, data la distanza tra le fazioni. Ma in diverse città tedesche questa stessa organizzazione costituì un elemento formidabile di fecondità e dibattito. I leader degli studenti, Alexander Schwab, futuro leader massimalista e fondatore del partito comunista operaio (KAPD) aveva scritto nel 1917 professione e gioventù, ispirando la reazione di Weber contenuta nelle sue due celebri lezioni.

Il terzo elemento che voglio ricordare è la connessione tra questo discorso di Weber e il suo precedente la scienza come professione. Un saggio meraviglioso che ancora consideriamo come fondamenta della nostra idea di scienza: una scienza orientata teoricamente ma non settaria. Cumulativa. Ispirata da canoni specifici ed eticamente codificata.

Ecco. La mia rilettura di Weber oggi riparte da questi tre punti. Il tema del conflitto politico, quello vero, come riferimento essenziale. Weber è un liberal-conservatore d’altri tempi, ma non si sottrae ad un’analisi che parte dal conflitto vero. Non vede la politica come semplificazione. Non vuole ridurre l’ideologia a mentalità, ma la vuole comprendere e domare, all’interno di una politica di servizio fatta da attori (anche) formati dall’ideologia. Non vuole far passare l’idea che la politica non sia rilevante e sia una cosa brutta per brutte persone. Al contrario la dispiega nella sua bellezza.

Il secondo punto riguarda le comunità epistemiche e il ruolo degli studenti. Qui non ho da aggiungere molto, se non sottolineare che mi pare semplicemente straordinario il fatto che la lettura più importante della mia vita di studioso e osservatore sia il frutto di una domanda fatta dagli studenti ad un libero pensatore, scomodo per molti di essi ma rispettato.

Il terzo punto riguarda la vocazione del politico come un meccanismo di quel sistema di professionalità intellettuale che secondo Weber deve governare una società complessa e aperta. Ho sempre pensato che la più grande intuizione di Weber sia stata quella di cogliere i nessi a livello di logica cognitiva e individuale: quando parla di Sachlichkeit, io mi immagino, si riferisce alla dedizione totale e appassionata che solo un soggetto solitariamente “innamorato” e pieno di dubbi può avere verso altre persone. Un politico, come uno studioso, dice Weber deve saper sondare la società e prendere parte ad una giusta causa con responsabilità, ma mantenendo quella passione e quella emozione che lo accomunano ad un artista. Creatività e capacità di astrazione diventano allora gli ingredienti di quella capacità di distanziarsi non “dagli altri” ma “da se stesso”. Perché il problema maggiore per un politico è cadere nella vanità degli uomini.

Ora, mi chiedo, non è che dopo il lungo giro del XX secolo siamo andati in tutt’altra direzione? E tante delle cose che oggi definiamo “populismo” non saranno reazioni (conservatrici) alla vocazione politica weberiana? Certo, il buon Weber non aveva immaginato tutto e la sua tesi sul professionismo politico ha mostrato evidenti contraddizioni, come le vicende della classe politica e il declino dei partiti in questi ultimi decenni hanno ben evidenziato. Ma la semplificazione e il potere taumaturgico del leader che dominano nella presente crisi delle democrazie a me sembrano esattamente il frutto della peggiore vanità umana impossessatasi di nuovo della politica. Ripartire dunque dalle qualità del politico – passione, senso di responsabilità e lungimiranza – non è dunque solo possibile. È necessario.

2 Replies to “Tre cose sulla vocazione della politica. Cento anni dopo”

  1. Giuste riflessioni che ci aiutano a contestualizzare il pensiero di Max Weber, ma anche a farlo uscire dalla vulgata che lo vorrebbe sociologo della politica di potenza e del politico carismatico.
    La politica per Weber non è soltanto «lotta» per il potere, è anche il terreno
    sul quale si affermano i valori più alti, e i veri politici sono mossi da una causa che seguono per una vocazione (Beruf) che sentono interiormente. Sono uomini politici che si elevano al di sopra della quotidianità e che devono avere tre qualità decisive:
    passione, senso di responsabilità, lungimiranza. La passione va intesa come
    dedizione a una causa, è il motore che spinge avanti verso un orizzonte che deve
    essere raggiunto, è l’energia che muove il politico. Il senso di responsabilità è la
    capacità di portare avanti fino in fondo i propri impegni, è una forma di coerenza
    completa che può essere rivolta ai propri principi come alle conseguenze delle
    proprie azioni. Nel senso di responsabilità è presente quella coerenza che ci rende
    credibili agli altri, che rappresenta la forza dell’esempio, la dimostrazione che
    crediamo nella nostra causa. La lungimiranza è l’atteggiamento che ci permette di affrontare la realtà con calma e raccoglimento interiore, di realizzare il necessario «distacco» dalle cose e dagli uomini: la qualità che ci permette di vedere gli eventi da lontano.
    Nel vero uomo politico, che non è necessariamente un capo carismatico, devono coesistere queste qualità interiori così difficili da
    trovare e, ancor più, da tenere insieme. Ma ciò non basta, perché esistono delle
    insidie terribili che accompagnano il politico in tutto il suo percorso. La più grande insidia di cui Weber parla, fa pensare alla frase dell’Ecclesiaste «vanitas vanitatum et omnia vanitas», che significa: tutto è vanità, quindi niente ha valore. La tentazione contro la quale il politico deve combattere ogni giorno è la vanità, il peccato politico di porre se stessi davanti alla propria causa, il compiacersi della propria immagine anziché dei valori che si vogliono portare avanti. Anzi: è la trasformazione dei valori da sostanza
    ad apparenza. La vanità è ciò che porta alla patologia del narcisismo, ad innamorarsi dell’immagine di noi stessi.

  2. La politica è un lavoro duro e difficile e nessuno lo vuole più fare o almeno troppo pochi per assicurare un reclutamento di qualità

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