Dopo il 25 Aprile: riappropriarsi della costituzione materiale

Ha ragione Damilano ad osservare come la partecipazione civica di questi giorni, e l’elevato livello di «antifascismo percepito», sia stata bilanciata da un livello straordinariamente elevato di «anti-antifascismo». Guardando solo alla nostra Toscana, in poche settimane abbiamo dovuto annotare il miserabile tentativo di Forza Nuova di celebrare niente di meno che la nascita dei Fasci combattenti, un numero preoccupante di intimidazioni nei confronti dell’ANPI e di altre associazioni antifasciste, il comportamento ambiguo sul 25 Aprile di molte amministrazioni di destra, e per finire l’uscita apologetica sulla Repubblica Sociale del consigliere Forzoni a Siena.
Si tratta davvero di un «derby», come i populisti di ieri e di oggi hanno sempre indicato, al fine di far passare il messaggio di un conflitto superato e antistorico, da governare con ordine e modernità? Certo che no! Il livello massimo di antifascismo è giusto il segno del disagio che ogni cittadino – di qualsiasi fede politica – prova nel momento in cui vede calpestata, proprio da questi signori, la memoria e i fondamenti della cultura democratica. Qualche irriducibile fascista invece c’è sempre stato. E finchè esisterà tale minoranza è lecito pensare che debba essere tollerata perchè, come ripeto sempre, noi non possiamo e non dobbiamo annientarli essendo noi – diversamente da loro – garanti della libertà di tutti.
Prima ho detto che chi fa finta di non capire questa neanche troppo sottile differenza, spingendo il proprio popolo verso l’encefalogramma civile piatto, è un populista. Io non amo molto questa categoria, ma in questo caso la uso, perché chi rinuncia – anche in modo ambiguo – ad un valore fondativo per costruire o per reiterare il proprio potere esprime la tipica preferenza populista per un linguaggio manicheo. Paradossalmente, un populista era allora Andreotti, che accettava il consenso offertogli da Giuseppe Ciarrapico. Un faccendiere fascista poi arruolato da Silvio Berlusconi (il primo leader populista Italiano a sacrificare la memoria democratica per incamerare le simpatie della destra anticostituzionale) e tollerato persino dall’antifascista Bossi (e dal suo scudiero, allora comunista padano, Matteo Salvini) che nel 2006 se lo ritrova alleato in parlamento.
I populisti hanno dunque le responsabilità maggiori di questa situazione preoccupante. È verso questi attori che deve essere mossa la nostra critica, tutta politica. Antifascismo e ripudio del razzismo sono parte della nostra costituzione materiale e non sono negoziabili o modulabili. Dobbiamo dirlo con forza ai ministri dell’interno, ai parlamentari, agli eletti negli enti locali. E se necessario agli isolati esempi di funzionari pubblici, siano essi questori, prefetti, poliziotti, militari o impiegati di concetto, che mostrino di essere asserviti al protagonismo populista, contribuendo a questa folle operazione di cancellazione della memoria.
Lo dico sempre. Si può essere fermi e gentili. Non si tratta di sfanculare la gente su facebook. Si tratta di ricordare le regole che ci siamo dati. Di ribadire i principi democratici stipulati da quasi tutti i costituenti e di fatto accettati dalla minoranza dei qualunquisti, fascisti e monarchici. Le ricorrenze servono soprattutto a questo. Non è il caso di arrabbiarsi.
Oddio… con gli scellerati presunti antifascisti che scendono in piazza il 25 Aprile, violandone il comandamento dell’unità mi sentirei di alzare la voce. Hanno essi un’idea anche lontana di chi fossero Ernesto Rossi, Leo Valiani o Sandro Pertini? Essi godono nel segnare le differenze proprio in questo giorno, che ricorda il momento in cui tutte le anime democratiche scesero a valle assieme. Essi godono nell’esibire un miserevole giardinetto di simulacri antifascisti, sputando nel contempo su altre sigle, su altri partiti democratici, su altri leader. Io li assimilo agli evasori fiscali: cittadini che si riconoscono nelle regole comuni ma nella azione quotidiana le piegano a proprio piacimento. Anche questo è «anti-antifascismo», utile alla causa di chi pretende di governare il derby del conflitto antistorico in nome di una pretesa modernità.
Ma abbasso subito i toni. Dopo il 1 maggio torneremo, come è giusto, ad usare gli strumenti della conoscenza e i soft powers di cui disponiamo. A ognuno il proprio lavoro. Tuttavia, annoto sulla mia scrivania di dover rimanere un cittadino attivo. La nota recita «riappropriamoci della costituzione materiale». E magari anche di qualche legge esistente. Si può fare apologia del Fascismo? No! E allora si chieda con forza l’allontanamento dalle giunte, dai consigli comunali, dalle responsabilità istituzionali, di tutti coloro che si macchiano di questo reato. Non ho un bersaglio specifico. Non ho letto abbastanza. Lo ricordo genericamente, innanzitutto a me stesso, pensando di dover tenere la barra dritta su quello che non posso tollerare in quanto sostenitore della mia costituzione.
Me lo dico per la mia funzione di pubblico impiegato e per i piccoli ruoli istituzionali che rivesto. Spesso mi definisco autoironicamente come un «democristiano» per la pazienza e la moderazione che metto in tutte le mie attività. Paradossalmente, a volte penso, è forse il miglior modo per definirsi laico e disponibile al dialogo e per richiamare uno «stile» che oggi manca in politica.
Tuttavia, non sarò mai un democristiano come Andreotti. Non mi riferisco al fatto di baciare o meno i mafiosi. In ogni caso non credo di averne occasione. Ma perché non sarò mai sostenitore di uno che fa apologia di reato come Giuseppe Ciarrapico. Non appoggerò mai uno così, nemmeno se è simpatico o «de core». Anzi lo denuncerò ogni qualvolta che con la sua apologia passerà il solco della tollerabilità democratica.

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