Non fermare la Diplomazia Accademica

Un recente articolo sul Foglio riprende una storia nota, l’apertura di un programma di scambio nel quadro International Credit Mobility con le università palestinesi, focalizzando il caso specifico di un ateneo: l’università di Gaza. Una istituzione dalla storia certamente peculiare per i legami con Hamas e per la pressione che su di essa esercita l’ala fondamentalista della politica palestinese.
Il pezzo si chiude con una domanda “forte”: è legittimo che le nostre università stabiliscano legami e interscambi con istituzioni accademiche usate da una organizzazione che persegue la distruzione di Israele? Ovviamente potranno rispondere al quesito innanzitutto l’Unione Europea (che mette le risorse per la mobilità), il MIUR (che riconosce gli interlocutori universitari) e anche gli atenei, come il mio, che si attivano su questi progetti.
Rappresentando soltanto me stesso, provo invece a tradurre questa domanda – certamente lecita ma tesa ad una lettura politica di un fatto, come accade ogni volta che un giornale commenta una notizia – in una serie di proposizioni che ci possano guidare, per capire quali sono i compiti delle diverse istituzioni.
Per il lavoro che svolgo in questo momento, e per gli interessi di ricerca che ho nel settore delle relazioni internazionali, sono portato a parlare con tutti coloro che hanno interesse a gettare ponti anziché alzare muri. Abbiamo rapporti crescenti con le università di paesi assolutamente non democratici, pur consapevoli che i governi di quei paesi – si pensi alla Cina per fare un esempio molto discusso – hanno un comportamento assolutamente intrusivo nelle strategie e anche nella goverance dei nostri atenei partner.
Per motivi di opportunità possiamo certamente pensare di modulare il nostro impegno in certi scenari, se non altro per tutelare i nostri studenti. Tempo addietro ho provato a convincere lo studente che poi è divenuto il primo di questo programma di scambio a soggiornare all’Università di Gaza. Gli abbiamo spiegato che la copertura logistica che la nostra diplomazia e i nostri servizi possono offrire in quella scena è assai più limitata anche solo rispetto ad altre università palestinesi. Lui ci ha spiegato che per il suo progetto di studi poteva andare solo in quella università, università accettata come partner da UE e dal MIUR, e noi lo abbiamo assecondato, riservandoci naturalmente di intimare il rientro se fasi di emergenza come quella recentemente riproposta a seguito dei bombardamenti su Gaza avessero superato i limiti di sicurezza.
In ogni caso, la nostra valutazione politica sul governo di un paese le cui università scegliamo come partner non deve incidere sulla concreta presenza in quegli scenari. In quelle sedi andiamo (non solo gli studenti, anche noi stessi e i nostri staff) per capire le atmosfere, per provare a ragionare, per capire le dinamiche di “teaching and learning”. Nella fattispecie di Gaza, i colleghi che hanno usato lo schema ICM per una visita un paio di anni fa si sono mossi proprio per far passare l’idea di una visione di lungo periodo e di una interlocuzione equilibrata. Mi hanno riportato di un corpus di docenti e studenti curiosi e aperti al confronto. Non abbiamo fomentato l’odio. Anzi abbiamo portato bandiere di pace. E abbiamo detto loro di venire in pace a parlarci della propria esperienza. I docenti palestinesi, infatti, possono venire a Siena e in Europa, ma sanno che, a prescindere dalle loro idee, qui non si può teorizzare la distruzione di alcuno stato. E nei nostri atenei, anche in questo momento, ci dedichiamo con forza alle partnership anche con le università di alto livello dello stato di Israele, con le quali abbiamo legami crescenti.
Si chiama diplomazia accademica. Serve a imporre la cultura della pace e del confronto tra comunità universitarie. Ed essendo gli studenti di oggi parte di tali comunità è uno strumento per raggiungere i cittadini di domani. Rispetta l’advocacy del singolo ma rilancia con forza le norme basilari della convivenza tra pari. Come la regola del no-hate che impongo (sono molto felice di usare una tantum questo verbo) nella prima classe del mio corso nell’ambito del master in Public and Cultural Diplomacy dove insegno. O come le pratiche concrete di risoluzione dei conflitti che esploriamo insieme al nostro partner Rondine per la Pace, che ci aiuta in un master di primo livello dedicato proprio al conflict management.
Ognuno faccia il proprio lavoro. Noi, forti del fatto che la nostra democrazia e la nostra Unione Europea ci consentono di mettere in campo conoscenze ed esperienza in tanti scenari del mondo, senza imporci censure o lavaggi del cervello, facciamo il lavoro della diplomazia accademica. E forse il nostro lavoro ha una chance per aiutare i processi di pace. Per cui direi che è auspicabile che continuino a consentirci di farlo.

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