Cosa c’è dietro il folklore dell’odio social

Si sprecano le notizie sulla sistematica provocazione da parte di coloro che vogliono in tutti i modi ricordarci che il fascismo – la sua mentalità, i suoi miti – è ancora con noi. Il contesto è quello di un dibattito orientato alla provocazione. Questo vogliono coloro che dall’estrema destra plaudono agli sciagurati distinguo sul varo di una commissione parlamentare contro l’odio. Questo è il fine perseguito dai sobillatori delle organizzazioni semi-revisioniste e che ambiguamente giustificano il proprio status di semi-sovversivi: dentro le istituzioni democratiche di giorno, e contro di esse la sera.
Questo è anche il gioco di coloro che hanno permesso la messa in onda social di una cosa ignobile come la cena commemorativa della marcia su Roma a Castel del Piano.
Non faccio uso frequente del richiamo ai valori democratici e costituzionali attraverso la polemica nei confronti degli avversari politici. Non essendo in questa fase della vita iscritto a partiti o a associazioni antifasciste, non trovo questo come il mio compito precipuo. Inoltre sono troppo occupato con altro. In questa fase cerco di contribuire alla costruzione dei contrafforti per le istituzioni della cultura democratica. Come presidente di un istituto storico della resistenza mi sforzo di valutare e promuovere laicamente il lavoro scientifico dei nostri ricercatori nelle sedi opportune e nei momenti in cui il rumore della disputa politica non copre il suono più labile di una conoscenza che deve essere per tutti.
Nei momenti in cui la cifra del dibattito, e purtroppo il timbro che resta impresso sulla trama cognitiva che chiamiamo “pubblica opinione”, sono rappresentati soltanto da folkloristiche e rumorose manifestazioni di odio, dobbiamo però raccoglierci attorno a coloro che di quei valori e di quelle istituzioni hanno fatto una bandiera. È necessario sforzarci di riportare la trama cognitiva su un piano di rispetto per la nostra storia. È necessario vincere la ritrosia della non azione e mettere quando necessario i puntini sulle i. È necessario tornare a ribadire che chi vuol fare della storia una burla, e della memoria un optional, ha sempre un fine sovversivo.
Non credo che il fine degli scellerati che festeggiano la marcia su Roma sia la costruzione del fascismo del terzo millennio. Quanti saranno mai i folkloristi del mito del ventennio? Non credo arrivino ad un punto percentuale della popolazione Italiana, e nelle realtà – temo Grosseto sia una di queste – dove lo sgretolamento della trama cognitiva è oggi più a rischio, saranno al massino il 2%. Io ho paura di tutti coloro che approfittano di questi grotteschi campioni del folklorismo per buttare il paese nella nebbia dell’oblio. In quella ignorante distrazione collettiva che costituisce il primordio di una società iniqua e governata dalla corruzione.
Chi è stato alla cena di Castel del Piano non sa che la Marcia su Roma fu l’inizio di un incubo. Non sa che fu in realtà un’enorme inganno in cui gli italiani caddero e che purtroppo, e per lungo tempo, accettarono supini. Chi invece sta un po’ alla cena e un po’ nelle istituzioni, chi non prende le distanze tutti i giorni da questo folklore dell’odio social è invece uno scroccone della democrazia e un bieco approfittatore che costruisce sulla tensione e sul revisionismo le ragioni del proprio successo personale.
Non possiamo permetterci di tollerare oltremodo questo scempio. È necessario sapere se alla cena e alla organizzazione di un siffatto ignobile evento abbiano contribuito personaggi con incarichi pubblici, elettivi o esecutivi. Essi devono essere allontanati dalla gestione della cosa pubblica. Ai sensi del nostro ordinamento. Non possiamo permetterci che i campioni dell’odio social diventino i protagonisti della vita contemporanea. Si torni al giuramento sulla costituzione. E si torni a denunciare gli apologeti dell’odio e del fascismo.

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